Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?
Non ho mai riflettuto a fondo a questo aspetto prima della tua domanda. Il seme…forse la musica. Forse mi sono dedicata alla poesia perché non avevo le possibilità materiali e non ritenevo di avere dotazione di talento per fare la musicista. Ma questo sin da molto piccola. Sono la quinta di sei figli e quindi con molta differenza di anni tra me e i maggiori e ricordo che ascoltavo i Beatles ed ero catturata dai ritmi oppure da alcune loro canzoni ero completamente attratta pur non intendendone il significato per ragioni linguistiche, ma poi negli anni ho scoperto che i testi avevano a che fare con alcuni miei stati, pensieri dell’infanzia. Misterioso. Andavo all’opera con mia madre e mia sorella minore nel glorioso teatro Petruzzelli, a Bari, e sentivo quanto il ritmo fosse importante per il senso. In casa avevamo tanti libri e leggevo molto e a scuola scoprii che scrivere era un po’ come comporre. Sì, credo sia la musica il seme germinale. Tutt’ora per me il ritmo è fondamentale quando scrivo.
Quale la sua genesi nel tempo?
Beh, voglio tralasciare le scritture adolescenziali a cui non do un valore letterario poiché non c’era lavoro su quei testi. Quindi riconosco un punto di svolta nel momento in cui capsico che il testo poetico è un campo di lavoro. Che non conta solo la bella parola, una certa musicalità, il bisogno di dire qualcosa ma il confronto con la solidità, la responsabilità che noi dobbiamo prendere su di noi per quel testo.
Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?
Si cambia e il gusto è parente della sensibilità. Autori, autrici di cui ci siamo innamorati un tempo possiamo riceverli diversamente man mano che studiamo, leggiamo, diventiamo più…smaliziati. Ne capiamo i trucchi, anche assolutamente involontari, poiché abbiamo imparato a sorvegliare i nostri. Ad ogni modo oggi ancora leggo col trasporto delle prime volte Ingeborg Bachmann, Julio Cortàzar, Juana Ines de la Cruz, Rossano Onano, Mark Strand, Forough Farrokhzad e poi sono una che fa scorribande fra le poesie dei primi popoli oltre che dei cosiddetti minori.
Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?
“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle. (Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)
Mi piacerebbe, ma sono una persona che della vita mangia il chiaro e lo scuro. Io delle lunghe ore di scrittura non dimentico il dolore per il corpo indolenzito, gli occhi che bruciano, quello strano stordimento da “ritiro sociale” che si verifica al momento di tornare ad occuparsi delle piccole o grandi incombenze. E poi quella tensione su ciò che si scrive, ogni parola, ogni significato e senso…che fatica. Ma dopo sì, quando chiudo convinta un testo e lo lascio riposare e poi vado a riprenderlo e mi sembra rispettabile, beh, allora dimentico tutto lo sforzo.
Mariella De Santis è nata a Bari in un raro giorno di neve del 1962. Vive tra Roma e Milano. Il suo primo libro di poesia esce nel 1993, a seguito della segnalazione al Premio Internazionale Eugenio Montale. Ha pubblicato libri di poesia e testi di prosa, saggistica e realizzato videopoesie, l’ultima con Giuliana Laportella, nel 2023, Il nero e l’oro di Roma, per la rassegna organizzata dalla John Cabot University a cura di Cristiana Panella. Ha collaborato con Outis, centro nazionale di drammaturgia contemporanea quale drammaturga e per la consulenza poetica nelle rassegne Tramedautore. Ha lavorato con i musicisti di Novurgia per composizioni di musica classica contemporanea e scritto l’opera di teatro musicale Claude e Maurice con la musica di Marco Simoni. Collabora con radio nazionali ed estere, case editrici e artisti. È tradotta in arabo, inglese, croato, greco, rumeno e tedesco. La cordialità uscito nel 2014 (NOMOS Ed.), in edizione bilingue con traduzione in inglese di Anthony John Robbins, raccoglie il lavoro di ricerca poetica dei precedenti otto anni e nel 2015 è stato ripubblicato per la terza volta Vinerotiche e altre delizie ( LEGGEREDIZIONI) libro poesie che legano eros e vino, agape e cibo. In prosa ha pubblicato il volume di microtesti narrativi Dodici piccole lune (Ulivo Ed) e suoi racconti sono presenti nelle antologie Milano per le strade, Canti di Venere, Mia madre era, Il segreto manifesto, riviste e web. È stata redattrice di Manocomete, rivista ideata da Giancarlo Majorino, fondatrice e redattrice de Il Monte Analogo su invito di Giampiero Neri, vicedirettrice di Smerilliana, semestrale di civiltà poetiche. Oltre a diverse antologie, con Gilberto Finzi ha curato l’opera Omnia di Delfina Provenzali Menhir (2004) e collaborato al volume fotografico di Viviana Nicodemo Necessità dell’anatomia (2007). Nel 2024 ha tradotto le poesie di Anthony John Robbins per la pubblicazione postuma Il più vuoto possibile, collana Le Gemme.
È componente della Società Italiana delle Letterate e fatto parte dell’Azione letteraria Unite promossa da Giulia Caminito. Ha co-ideato Dromo, rivista per un terzo pensiero, di cui è vicedirettrice http://www.dromorivista.it.
Scrive per tentare di metter ordine tra le cose senza smarrire il sorriso.
Fotografia in copertina di Dino Ignani
