A tu per tu (VIII): Anna Rita Merico

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Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?

Il seme da cui è germinata la mia poesia: sicuramente un disagio esistenziale, un desiderio di consapevolezze, un senso di mancanza, una forte tensione alla scrittura. La meraviglia di percepire un profondo benessere nel riuscire a fermare su carta emozioni, riflessioni, stati d’anima. Fondamentale la percezione di sentire come, la scrittura, allargava spazi di conoscenza e creava possibilità di attraversamento di spazi interiori. È stato un bearmi della visione di profondità che il gesto della scrittura mi donava. Ho iniziato a percepire e vivere un tempo della scrittura differente dal tempo della quotidianità. Un magnete di spessore nuovo che ha iniziato a farmi vedere una maniera altra di entrare nella letteratura e nella comprensione esistenziale del mondo sia interiore che esterno. Sono trascorsi anni in cui un universo conoscitivo è andato compattandosi, mostrandosi, emergendo. Ho avuto molta cura di questa fase che, oggi, definirei come “genesi”, sboccio, apertura. Una fase che sentivo di dover “nutrire”, una fase non scontata. È stato come un “prendere posto” in un mondo. È stato come un iniziare a sentire voci altrui che mi giungevano da pagine di testi (le mie letture) e voci, ancora, che prendevano forma mostrando mondi abitati. Indimenticabili le letture di alcuni diari di intellettuali del ‘900, indimenticabile il rimbombo che mi creava la poesia americana. Ecco, se dovessi dire di un “seme” iniziale direi di tutto il lavoro interiore, necessario ad elaborare quella dimensione interiore necessaria a consentire mondo alla parola. Posso dire: luogo? Si, sento di poter dire che l’universo della parola, per essere, esige attenzione forte. È delicatezza di stelo, è gemmazione, è cura di sguardo che si torce verso sentieri che non sono solo quelli della realtà esteriore, data.

È seme che genera quel sentire le trasformazioni dello sguardo che sminuzza la realtà e ne fa mondi da raccogliere in parola? È seme, per me.

Quale la sua genesi nel tempo?

In parte ne ho già detto. La genesi nel tempo ha a che fare, per me, con un lungo periodo di studio fecondo in filosofia. Uno studio formativo, un apprendere a scrutare il mondo dal punto di vista dell’imparare a porre la domanda. La domanda è un solco di sentiero da attraversare. È un apprendere il valore del senso dell’essere, è un imparare a scrutare l’anima dal punto di vista delle assenze e delle presenze, è un dar valore all’esistenza dal punto di vista delle molteplici strutture identitarie che sono nell’universo. Per me, la conoscenza filosofica, ha costituito un motore centrale al contenimento, all’esplorazione dell’universo della scrittura. Lo ha arricchito, sicuramente, ma – soprattutto – lo ha colmato di contenuti, di qualità di sguardo, di desiderio  verso ciò che sfugge ma, anche, verso ciò che chiede – nel cammino – provvisoria risposta. Dovessi nominare la matrice conoscitiva del mio essere in poesia direi, sicuramente, la filosofia e i suoi sentieri.

Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?

Inizialmente, in età adolescenziale, la poesia americana. Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti, Walt Whitman, Charles Bukowski, Edgar Lee Master e l’amore per Fernanda Pivano, questa traduttrice che portava l’universo americano contemporaneo tra tutti quanti noi. Nel corso del tempo, la poesia -per me – ha avuto i nomi di Rilke, Holderlin, Emily Dickinson, Ingeborg Bachman. Tra le italiane hanno lasciato, nel mio percorso, traccia gli scritti in poesia di Ada Negri, Maria Luisa Spaziani, Amelia Rosselli. Devo molto a Cesare Pavese, Vittorio Bodini, Ghiannis Ritsos. Di loro ho amato gli universi linguistici, il modo di intessere i versi, i contenuti, le linee poetiche, le ossessioni, il loro testimoniare con l’esistenza la radice poetica del proprio essere nell’umanità.

Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?

Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.

(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)

Non posso che aderire alla riflessione leopardiana che, felicemente, proponi. Devo, altresì, declinarne la lettura al mio percorso.

          “Felicità da me provata…il miglior tempo…”

Ciò che, in scrittura, può sembrare dato di bellezza e gioia nasce, in realtà, da lunga disciplina. Disciplina, innanzitutto, con sé stessi. La libertà di poter sentire la felicità, ossia il pieno dell’atto creativo, è frutto di un universo articolato in cui ci si è impegnati a “fare e disfare mondo” sino a giungere ad un nucleo di sé in connessione con un sentire profondo. Sentire il battito della propria lingua interiore e il peso degli strascichi che vengono da luoghi che hanno segnato. Sentire il sedimento di esperienze fondamentali che sono state capaci di modellare forma di vita e forma di verso. Sentire il modo attraverso cui l’esistenza ha modellato, in autenticità, il proprio sguardo sul mondo rendendone visione unica e tensione alla comunicazione, all’incontro. Sentire, ancora, come il dialogo con i testi del passato e della contemporaneità diviene esperienza di parola propria e nuova ri-scrittura di mondo nella grandezza del comprendere come, ogni scrittura in poesia, sia un lasciar nascere, ossia un tenersi nella dimensione del dono della co-creazione con l’essere.

Leopardi, in questo prolifico passaggio individua come, l’essersi affinati all’universo della scrittura, sia tratto che caratterizza l’intera esistenza, sia pratica mai conclusa che coglie nutrimento dal proprio stesso evolversi ed avanzare in sé, nel mondo: in ciò, a mio parere le ore cortissime e la meraviglia