Qual è il seme da cui è germinata la tua poesia?
Letture, suggestioni, sicuramente l’essere cresciuta in una casa piena di libri ed essere stata figlia di una madre appassionata di letteratura e insegnante della stessa, ma anche di un padre che scriveva poesie in gioventù, pur avendo poi fatto il neurologo tutta la vita… mantenendo sempre un’amicizia profonda, finché è rimasto in vita, col suo professore di italiano e latino al liceo, Carlo Salani, azionista e rigoroso intellettuale toscano, e poi con la figlia, di cui era coetaneo, accademica della Crusca, docente di Lettere e apprezzata poetessa, Teresa Salani Poggi. Devo dire che il mio iter scolastico non ha avuto gran parte in questo, al liceo mi sono mancate figure carismatiche che potessero essermi di stimolo, come era successo invece a mio padre, e avendo poi fatto Lingue Orientali all’università non ho trovato il terreno giusto per coltivare la mia predisposizione, che già c’era. Fondamentale però è stato frequentare, a Lettere, i corsi di letteratura contemporanea di Alfonso Berardinelli, che allora insegava all’Università di Venezia dove io studiavo, e ancora più fondamentale è stata l’amicizia con uno studente incontrato a quei corsi, il futuro scrittore Tiziano Scarpa, con cui ci siamo scambiati le prime prove di scrittura. Se Alfonso Berardinelli è stato il mio primo lettore autorevole, colui che lesse il mio primo embrione di silloge e mi telefonò a casa per incoraggiarmi, l’amico Tiziano è stato il sodale con cui, nelle lunghe e interminabili passeggiate veneziane che facevamo, intervallate da qualche sosta ai tavolini degli allora ancora numerosi caffè/bacari cittadini, abbiamo condiviso stimoli culturali ed emozioni creative. Credo tuttavia che alla base della mia vocazione alla scrittura, ovvero quell’urgenza che ha cominciato a palesarsi nella mia tarda infanzia, ci sia una sorta di predisposizione naturale, come avviene per chi disegna o ha un talento musicale…
Quale la sua genesi nel tempo?
Se, come ho detto sopra, l’urgenza della scrittura ha cominciato a manifestarsi verso l’adolescenza, e ha avuto le prime conferme negli anni universitari, successivamente, con l’ingresso nella vita “adulta”, ovvero nel mondo del lavoro, e il contemporaneo allestimento di una mia vita familiare (matrimonio e nascita dei figli) la pratica della scrittura si è inabissata, riaggallando negli sporadici ritagli di tempo, e ha acquisito il carattere di un’attività sediziosa e carbonara, anche perché, lavorando come redattrice ed editor in Einaudi, a contatto coi mostri sacri della letteratura, non mi permettevo di esprimere questa parte importante del mio modo di essere… C’è voluta una forte cesura, ovvero il grave incidente e coma conseguente avuti nel 2005, per arrivare a legittimarmi questa mia esigenza. Quando sono miracolosamente tornata in vita, sia pur segnata nel fisico e nello spirito, la poesia si è nuovamente manifestata come una necessità ineludibile, anche nella sua forma di pratica terapeutica. In questo senso è da intendersi Unità di risveglio, il racconto in versi dell’esperienza attraversata, che sarà pubblicato nella Bianca Einaudi (di cui ero stata l’editor) nel 2010, preceduto dalla raccolta che avevo messo insieme, appunto nel tempo residuo lasciatomi da lavoro e famiglia, fra metà anni Novanta e primi anni Duemila: Il sistema Limbico, uscito nel 2008 per le edizioni di Atelier, la rivista che per prima aveva presentato i miei testi e di cui oggi sono direttrice editoriale. Di nuovo per Einaudi ho poi curato Nuovi poeti italiani 6, un’antologia (uscita nel 2012) che si proponeva, presentando unicamente poetesse, di colmare una evidente lacuna editoriale, laddove le autrici di poesia, per quanto eccellenti e numerose, non erano adeguatamente rappresentate nelle antologie e nelle principali collane di poesia. Un lavoro di quattro anni che mi ha dato grande soddisfazione, basti pensare al fatto che tre delle autrici presentate sono oggi in semifinale al Premio Strega poesia, e due (entrambe editor di altrettante collane poetiche) in giuria… e una delle dodici poetesse incluse è stato peraltro il maggior caso poetico-editoriale dell’ultimo decennio. All’antologia ha fatto seguito Il numero completo dei giorni, ispirato alla Bibbia ebraica, pubblicato da Aragno nel 2014. La seconda raccolta einaudiana, Fioriture capovolte, esce nel 2018, mentre del 2019 è l’autoantologia con inediti Frammenti di felicità terrena, nella Gialla oro di LietoColle-Pordenonelegge. L’ultima pubblicazione è Un altro tempo, una trentina di lasse prosastiche in cui ripercorro, a dieci anni di distanza e a freddo, le vicissitudini del mio incidente. Fra un anno il nuovo libro con Einaudi, a cui sto lavorando.
Quali i poeti che negli anni hai sentito più affini alla tua sensibilità?
Avendo una formazione letteraria ben poco ortodossa (liceo scientifico e, come detto, Lingue orientali all’università), i classici non hanno avuto gran peso nella mia formazione, a parte forse Catullo e Ovidio; Lucrezio l’ho scoperto recentemente grazie alla magnifica traduzione di Milo De Angelis, che considero un maestro, la personalità poetica, fra i contemporanei, che seguo (ogni sua nuova uscita è una festa) da quarant’anni. Lo stesso dicasi per Valerio Magrelli, che ho apprezzato soprattutto per i primi, intensissimi libri. Poi, rimanendo sul panorama italiano, ci sono le sorelle di penna, da Antonella Anedda a Maria Grazia Calandrone a Daniela Attanasio, fino a Giovanna Frene, ma anche le amiche di cui sono stata editor, come Mariangela Gualtieri ed Elisa Biagini… tutte personalità poetiche diversissime fra loro, ma egualmente significative e stimolanti. A Elisa devo la conoscenza di molta della poesia americana contemporanea, in particolare autrici la cui lettura è stata fondamentale come Sharon Olds e Anne Carson. Ho conosciuto e frequentato anche Patrizia Valduga, maestra di passionalità unita al rigore, ma maggiore influenza sulla mia poesia credo abbia avuto quella di Giovanni Raboni, di inarrivabile naturalezza ed eleganza nel declinare le movenze della vita… Questo per quanto riguarda gli italiani miei contemporanei. Allungando lo sguardo all’indietro, sul Novecento, i nomi sono essenzialmente due: Montale e Sereni. Ho amato molto anche Pavese, ma il mio modo di fare poesia ne è stato meno influenzato. Prima, Campana, e Gozzano, la Romagnoli… e, andando più indietro ancora alla tradizione italiana, la lettura adolescenziale di Leopardi è stata determinante, e prima ancora quella degli stilnovisti. Dante, poi, non occorre nemmeno nominarlo… Infine, ammetto di avere un debito anche con la poesia cinese, la composta armonia di Wang Wei e della poesia Tang che si è riverberata fino a Li Jinfa, il poeta simbolista su cui ho fatto la mia tesi di laurea…
Ti ritrovi nella riflessione, trascritta di seguito, di Giacomo Leopardi?
“Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle.
(Giacomo Leopardi, Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828)
Certamente. La scrittura, e in generale qualsiasi gesto creativo, nascono dal desiderio, e dalla connessione mente-corpo-mondo: il soggetto desiderante, scrittore, artista o musicista che sia, creando dà forma al proprio pensiero emozionato, in un processo germinativo che origina da un evento percettivo-sensoriale (cosa che in Leopardi peraltro è chiarissima) per prender forma nel suo linguaggio, quale esso sia. L’innesco è nel mondo, lo scrittore è il filtro che traduce la sua trama in forma di parole che ritornano a loro volta nel mondo, dopo averlo elaborato e pertanto trasformato. La scrittura creativa, quando autenticamente ispirata, è la realizzazione di un desiderio, che è, parlando in termini generali, quello di trovare un senso alla vita e un ordine all’entropia che la caratterizza. In quanto tale è fonte di grande appagamento e senso di compiutezza: durante il processo creativo lo scrittore diventa un tramite fra una misteriosa forza generativa (tradizionalmente ci si richiama alle Muse, ma c’è chi gli attribuisce una connotazione religiosa, chi la identifica con l’inconscio, segnatamente l’Es groddeckiano, o chi più laicamente, come il poeta Raffaello Baldini che me lo confidò a suo tempo, sente di essere investito da un’energia misteriosa che lo trascende) e la risultanza del testo, poetico o narrativo che sia. Quindi, sì, il “tempo del comporre” è un tempo sospeso, in cui si perde la nozione di sé e ci si sente agiti da qualcosa che non è del tutto nostro: “Io non scrivo, sono scritto”, diceva Jean Cocteau.
Giovanna Rosadini, nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi, Premio Arenzano. Per lo stesso editore ha curato l’antologia Nuovi poeti italiani 6, del 2012. La sua terza raccolta poetica, il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. A maggio 2018 la pubblicazione di una nuova raccolta, Fioriture capovolte, ancora per Einaudi editore, Premio Camaiore, cui ha fatto seguito, nel luglio 2019, l’autoantologia con inediti Frammenti di felicità terrena, edita nella collana “Gialla oro” di LietoColle /Pordenonelegge, Premio Merini. A giugno 2021, per i tipi di Interno Poesia, la silloge in lasse prosastiche Un altro tempo. Ha vinto la 40ma edizione del Premio Pavese sezione poesia “per la qualità dell’opera” nel 2023. Vive e lavora a Milano.
